Nel 2026, il fotovoltaico è ancora un buon investimento?
Sì, il fotovoltaico rimane buon investimento – e può diventare ottimo aderendo al Fontanile dell’Energia.
Come valutiamo l’investimento?
Ci sono molte variabili in gioco, quindi conviene ragionare per “situazioni tipo”.
Consideriamo una tipica utenza domestica italiana, con un consumo annuo di circa 1.500 kWh, distribuiti in modo uniforme nelle tre fasce F1, F2 e F3.
Per un consumo di questo tipo, un impianto da 3 kWp è la scelta più comune.
Se ben orientato, in Nord Italia produce circa 3.000-3.200 kWh all'anno.
Per prudenza, consideriamo 3.000 kWh, di cui 500 autoconsumati e 2.500 immessi in rete come “eccedenza”.
Sono pochi 500 kWh all’anno autoconsumati su 3.000 prodotti e a fronte di un consumo annuo di 1.500 kWh?
No: è una situazione del tutto realistica. Si può migliorare, certo, ma non siamo ancora attrezzati per i miracoli. La maggior parte della produzione avviene nei mesi estivi e nelle ore centrali della giornata, quando è difficile consumare tanta elettricità (i condizionatori sono, probabilmente, i migliori alleati…).
Quanto può costare l’impianto fotovoltaico?
Un impianto da 3 kWp chiavi in mano può costare, nel 2026 in Nord Italia, intorno a 5.000 euro.
Come si ripaga l’investimento?
Le fonti di ricavo associate all’impianto, che ti permettono di recuperare la spesa iniziale, sono quattro:
La detrazione prima casa del 50%
È la voce più rilevante. Vale però solo se paghi l’impianto installato (o da installare) su una prima casa nel 2026 e hai la capienza fiscale per recuperare le detrazioni nei dieci anni successivi.
Dal 2027, la detrazione dovrebbe tornare al 36%, quindi conviene considerare l'attuale quadro normativo.
Con un investimento di 5.000 euro, recupererai 250 euro all’anno per dieci anni come credito IRPEF.
L’autoconsumo
È l’altra componente fondamentale.
Oggi il costo marginale di un chilowattora consumato o non consumato è circa 30 centesimi di euro.
Non è il costo medio della bolletta (che include i costi fissi), ma il valore che cambia effettivamente la spesa per ogni chilowattora in più o in meno rispetto alla tua situazione attuale.
Con i 500 kWh autoconsumati stimati, il risparmio annuo è di circa 150 euro.
La vendita dell’eccedenza
La produzione che non riesci a consumare è immessa in rete.
Per un produttore domestico, l’unico meccanismo attualmente disponibile è il Ritiro dedicato (RID), che paga mediamente 11 centesimi di euro per kWh.
È poco rispetto ai 30 centesimi che paghi quando acquisti energia?
Sì, ma la differenza copre molti costi di rete e di sistema.
Inoltre, il RID costituisce “reddito diverso”: va dichiarato ed è tassato.
Se la tua aliquota marginale dell’IRPEF è il 33%, che poi diviene mediamente il 35,3% includendo addizionali regionali e comunali, degli 11 centesimi te ne rimangono in tasca circa 7,1.
Con un’eccedenza di 2.500 kWh, il ricavo annuo netto è di circa 178 euro.
Il contributo CER
Il Fontanile dell’Energia riconosce ai produttori associati una quota degli incentivi per l’energia condivisa pari a circa 8,2 centesimi per kWh, come “ristoro dei costi di produzione”.
A differenza del RID, questo contributo non è tassato: ciò che ricevi è netto.
Con l’adesione alla CER, il valore della tua eccedenza più che raddoppia.
C’è però una condizione: dipende da quanto bene funziona la CER.
Se non ci sono abbastanza consumatori, non tutta l'eccedenza diventa energia condivisa.
Nel caso ottimale, il contributo CER genera circa 205 euro all'anno.
Il tempo di ritorno dell’investimento
Spendi 5.000 euro nel 2026 e dal 2027 (per semplicità di calcolo) ottieni:
250 euro dal credito fiscale prima casa;
150 euro dal risparmio in bolletta grazie all’autoconsumo;
178 euro netti dal RID;
205 euro nello scenario ottimale, aderendo al Fontanile dell’Energia.
Senza il contributo CER, il tempo di ritorno dell’investimento è di 8,65 anni.
Con la CER in condizioni ottimali scende a 6,39 anni.
Poiché non è realistico garantire sempre lo scenario ottimale, consideriamo un contributo medio annuo di 75,6 euro, che riduce il tempo di ritorno di circa un anno.
Qual è l’impatto sulla redditività?
Misurando la redditività come Tasso Interno di Ritorno (TIR) dell’investimento su dieci anni:
2,73% senza CER.
→ un risultato discreto, paragonabile a quello di un investimento obbligazionario tranquillo.
Un BTP decennale, per esempio, può offrire rendimenti netti simili (considerando costi e tassazione).
5,19% con CER "moderata".
→ qui il fotovoltaico diventa già molto interessante: supera nettamente la maggior parte delle obbligazioni a basso rischio.
9,11% con CER "ottimale".
→ un rendimento difficilmente raggiungibile da strumenti finanziari "sicuri".
Per un investimento domestico, è un risultato eccezionale.
Su vent’anni, considerando che la detrazione si esaurisce dopo i primi dieci anni mentre il contributo CER dura vent’anni:
7,68% senza CER.
9,91% con CER “moderata”.
13,37% con CER “ottimale”.
Ovviamente, su vent'anni entrano in gioco variabili come la sostituzione dell’inverter, eventuali manutenzioni, assicurazione e la pulizia periodica dei pannelli, che qui non sono state considerate.
È stato inoltre trascurato l’effetto dell’inflazione che, aumentando nel tempo il prezzo dell’elettricità, tende a migliorare ulteriormente la redditività dell'impianto.
Quindi, qual è la conclusione?
Semplice: nel 2026, il fotovoltaico è ancora un buon investimento.
E può diventare ottimo aderendo al Fontanile dell’Energia, perché valorizza la tua eccedenza, riduce il tempo di ritorno e migliora la redditività complessiva dell’impianto.
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